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Il caso

Con ordinanza del 21 aprile 2022, il Tribunale di Udine sollevava, in riferimento agli artt. 3, comma 1, 111, comma 2, e 117, comma 1, Cost., quest’ultimo in relazione all’art. 6, § 1, CEDU, questioni di legittimità costituzionale dell’art. 630, comma 3, c.p.c., nella parte in cui richiama l’applicazione dell’art. 178, commi 4 e 5, c.p.c., disponendo quindi che il reclamo avverso l’ordinanza che accoglie o rigetta l’estinzione del processo esecutivo per inattività delle parti si propone al giudice dell’esecuzione (con ricorso o all’udienza) e che del collegio giudicante sul reclamo faccia parte anche il giudice che ha emesso il provvedimento reclamato, anziché richiamare quanto previsto dall’art. 669-terdecies, comma 2, primo periodo, c.p.c. o dall’art. 186-bis disp. att. c.p.c.

Il rimettente lamentava che la disposizione censurata avrebbe vincolato il magistrato, che si sia pronunciato sull’estinzione in veste di giudice dell’esecuzione, a partecipare al collegio del reclamo, anziché obbligarlo all’astensione.

In ordine alla non manifesta infondatezza, il giudice a quo ravvisava, in primo luogo, una irragionevole disparità di trattamento, in contrasto con l’art. 3 Cost., fra la disposizione censurata e gli artt. 186-bis disp. att. c.p.c. e 669-terdecies, comma 2, primo periodo, c.p.c., i quali prevedono la necessaria alterità fra il giudice che emette il provvedimento e quello chiamato a pronunciarsi sull’opposizione o sul reclamo avverso lo stesso.

In secondo luogo, il rimettente riteneva che la partecipazione obbligatoria del giudice dell’esecuzione al giudizio di reclamo e l’omessa previsione della sua incompatibilità arrecassero un vulnus all’art. 111, comma 2, Cost., là dove prescrive che ogni processo si svolga dinanzi a un giudice imparziale.

Infine, il Tribunale denunciava il contrasto con l’art. 117, comma 1, Cost., in relazione all’art. 6, § 1, CEDU, nella parte in cui afferma il diritto di ogni persona a che il suo processo si svolga dinanzi ad un tribunale “imparziale”.

La decisione della Corte costituzionale

Con la segnalata sentenza la Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 630, comma 3, c.p.c., per violazione dell’art. 111 Cost., nella parte in cui stabilisce che, contro l’ordinanza che dichiara l’estinzione del processo esecutivo ovvero rigetta la relativa eccezione, è ammesso reclamo al collegio con l’osservanza delle forme di cui all’art. 178, commi 4 e 5, c.p.c., senza prevedere che del collegio non possa far parte il giudice che ha emanato il provvedimento reclamato, con il conseguente obbligo per il giudice dell’esecuzione di astenersi e la facoltà per le parti di ricusarlo, ai sensi dell’art. 52 c.p.c. e con assorbimento delle ulteriori censure.

Al riguardo, la Corte ha anzitutto precisato che il principio di imparzialità-terzietà della giurisdizione ha pieno valore costituzionale con riferimento a qualunque tipo di processo. Corollario del principio è l’esigenza che il giudice non subisca la “forza della prevenzione” derivante da precedenti valutazioni relative alla stessa res iudicanda.

E ciò pur rilevando che, in materia di imparzialità-terzietà, non si possono applicare al processo civile ed ai processi amministrativi e tributari i principi elaborati con riferimento al processo penale, e segnatamente le incompatibilità di cui all’art. 34 c.p.p., diverse essendo natura, struttura e funzione del processo penale.

Nondimeno, la giurisprudenza costituzionale ha riconosciuto che, anche con riferimento al processo civile, l’art. 111, comma 2, Cost. ha rilevanti implicazioni. E segnatamente il principio induce ad escludere che il medesimo giudice possa ripercorrere l’identico itinerario logico precedentemente seguito; sicché, condizione necessaria per dover ritenere una incompatibilità endoprocessuale è la preesistenza di valutazioni che cadano sulla stessa res iudicanda.

Sicché, pronunciandosi sulla legittimità costituzionale dell’art. 51, comma 1, n. 4), c.p.c., che disciplina l’obbligo di astensione per il giudice che “ha conosciuto” della causa “come magistrato in altro grado del processo”, la Corte ha già rilevato che l’espressione “altro grado” non possa avere un ambito ristretto al solo diverso grado del processo, secondo l’ordine degli uffici giudiziari, come previsto dal relativo ordinamento, ma, viceversa, debba ricomprendere – con una interpretazione conforme a Costituzione – anche la fase che, in un processo civile, si succede con carattere di autonomia, avente contenuto impugnatorio, caratterizzata da pronuncia che attiene al medesimo oggetto e alle stesse valutazioni decisorie sul merito dell’azione proposta nella prima fase, ancorché avanti allo stesso organo giudiziario.

Ora, secondo la Consulta, l’intrinseca natura impugnatoria è ravvisata, innanzitutto, allorché il provvedimento soggetto a revisio abbia una funzione decisoria idonea di per sé a realizzare un assetto dei rapporti tra le parti, non meramente incidentale o strumentale e provvisorio ovvero interinale (fino alla decisione del merito), ma anzi suscettibile – in caso di mancata opposizione – di assumere valore di pronuncia definitiva, con effetti di giudicato tra le parti. Inoltre, la medesima natura impugnatoria si inferisce dall’essere la valutazione delle condizioni che legittimano il provvedimento non divergente, quanto a parametri di giudizio, da quella che deve compiere il giudice dell’eventuale opposizione, se non per il carattere del contraddittorio e della cognizione sommaria.

Quindi, la Corte ha osservato che, nel corso del tempo, il legislatore è intervenuto in numerose occasioni al fine di assicurare, nell’ambito del processo civile, l’imparzialità rispetto a mezzi espressamente qualificati come reclami e a cui, in buona parte delle ipotesi, può riconoscersi una natura impugnatoria, ancorché si propongano dinanzi al medesimo ufficio giudiziario. E ciò con riferimento ai procedimenti di natura cautelare (art. 669-terdecies, comma 2, c.p.c.), ai procedimenti relativi all’apertura della successione (art. 749, comma 3, c.p.c.), ai procedimenti inerenti alle procedure concorsuali in senso stretto (artt. 25, comma 2, e 99, comma 10, del r.d. n. 267 del 1942), a quelli concernenti la composizione delle crisi da sovraindebitamento, ai procedimenti in camera di consiglio in materia di famiglia e stato delle persone ex art. 739, comma 1, c.p.c., secondo cui, avverso i decreti del giudice tutelare non aventi contenuto patrimoniale o gestorio, è ammesso reclamo al tribunale in composizione collegiale, del quale non può fare parte il giudice che ha emesso il provvedimento reclamato; e infine ai procedimenti di opposizione agli atti esecutivi, applicabile anche nelle cause atipiche di estinzione del processo esecutivo, in cui l’art. 186-bis disp. att. c.p.c. dispone che il giudizio di opposizione deve essere trattato da un magistrato diverso da quello che ha conosciuto degli atti avverso i quali è stata proposta opposizione.

Pertanto, ad avviso del Giudice delle leggi, la tecnica con cui è intervenuto il legislatore è stata quella della tipizzazione delle fattispecie, con l’adozione di formule che variamente escludono dalla trattazione dell’opposizione o dalla partecipazione al collegio del reclamo il giudice che ha emanato il provvedimento opposto o reclamato, conformemente alla posizione assunta sul punto in sede nomofilattica, a mente della quale si tratta di una specificazione di obblighi di astensione per il giudice, dai quali consegue la facoltà per le parti di far valere la ricusazione, ai sensi dell’art. 52 c.p.c. (Cass. civ. S.U. sent. 20 gennaio 2017, n. 1545).

Ebbene, con riguardo alla norma censurata, la Corte ha evidenziato che, competendo la decisione del reclamo al tribunale in composizione collegiale, l’aver previsto la sua proposizione al giudice dell’esecuzione se, da un lato, non depone nel senso della obbligatorietà di una sua partecipazione al collegio, da un altro lato, certamente non lascia inferire un suo obbligo di astensione e la possibilità di una sua ricusazione. Queste, viceversa, si renderebbero necessarie, ove fosse implicato il principio di imparzialità-terzietà del giudice.

Ed invero, le esigenze di certezza, particolarmente avvertite nella materia processuale, unitamente alla varietà e alla peculiarità delle ipotesi potenzialmente riconducibili alla ratio del gravame interno allo stesso ufficio giudiziario – come attesta il diffondersi di previsioni legislative che tipizzano la norma generale – sono state ritenute tali da rendere la pronuncia additiva, invocata dal giudice rimettente, un rimedio funzionale alle citate esigenze.

In ordine al rapporto che intercorre fra il giudizio svolto dal giudice dell’esecuzione e quello che è chiamato a operare il collegio in sede di reclamo, è stata esclusa la ricorrenza di tratti del procedimento meramente bifasico (Cass. civ. S.U. sent. 10 marzo 2022, n. 7877). E tanto perché la discontinuità fra il provvedimento del giudice dell’esecuzione e il reclamo, che si dipana sullo sfondo dell’esecuzione forzata, ma del tutto al di fuori di essa, aprendo un giudizio sul contrapposto interesse sostanziale dei creditori e del debitore a conseguire il risultato utile dell’espropriazione ovvero a riottenere la libera disponibilità dei beni pignorati o di quanto è stato ricavato dalla loro espropriazione. In secondo luogo, il reclamo palesa una chiara natura impugnatoria, in ragione del fatto che, se esso non è proposto nei termini previsti, la decisione già adottata in punto di estinzione si stabilizza, il che si traduce nella chiusura del processo esecutivo – con le conseguenze che ne derivano ai sensi dell’art. 632 c.p.c., a partire dalla cancellazione della trascrizione del pignoramento – o nella irrevocabilità della decisione reiettiva della eccezione.

Con la conseguenza che la Corte ha ravvisato la natura lato sensu impugnatoria propria del reclamo di cui all’art. 630, comma 3, c.p.c., corroborata dalla identità di res iudicanda oggetto dei due pronunciamenti, i quali parimenti esaminano la ricorrenza o meno delle cause tipiche di estinzione del processo esecutivo.

Né può ritenersi ostativa, rispetto a tale conclusione, la circostanza che il giudice dell’esecuzione può pronunciare anche d’ufficio l’estinzione del processo, mentre il giudizio di reclamo si svolge previa instaurazione del contraddittorio tra le parti. Si tratta, infatti, in ogni caso di un contraddittorio di natura semplificata e cartolare, tale da determinare una delibazione delle ragioni di estinzione del processo esecutivo, che non differisce in modo sostanziale da quella compiuta dal giudice dell’esecuzione. Questo conferma quel meccanismo di reiterazione provvedimentale, in cui può sprigionarsi la forza della prevenzione in termini contrari alle garanzie costituzionali. In sostanza, il reclamo sollecita una revisio prioris instantiae, che devolve al collegio lo stesso tipo di valutazione sottesa al provvedimento adottato dal giudice dell’esecuzione.

Per l’effetto, ha concluso la Corte nel senso che i tratti sopra evidenziati inscrivono il giudizio di reclamo fra i procedimenti di natura lato sensu impugnatoria, così attraendolo nella cornice delle garanzie costituzionali in tema di terzietà-imparzialità del giudice, che si protendono sino al processo esecutivo vòlto a rendere effettiva l’attuazione dei provvedimenti giurisdizionali.

Esito del giudizio di costituzionalità:

dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 630, terzo comma, del codice di procedura civile, nella parte in cui stabilisce che, contro l’ordinanza che dichiara l’estinzione del processo esecutivo ovvero rigetta la relativa eccezione, è ammesso reclamo al collegio con l’osservanza delle forme di cui all’art. 178, commi quarto e quinto, cod. proc. civ., senza prevedere che del collegio non possa far parte il giudice che ha emanato il provvedimento reclamato.

Riferimenti giurisprudenziali:

Corte cost., sent. 23 dicembre 2005, n. 460.

Riferimenti normativi:

Art. 630, co. 3, c.p.c.

Art. 111 Cost.

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